Sarà un’estate ricca di eventi quella in programma su Planet Kurdistan. Si comincia a fine luglio con degli ospiti di eccezione. Dal 26 al 29 luglio, infatta, sbarcano su Planet K artisti e musicisti baschi. Il programma lo potete leggere qui accanto, cliccando sul logo appositamente disegnato dall’associazione Euskera che ha curato il programma.
A fine agosto invece attendiamo il coro dei bambini di Sur (municipalità di Diyarbakir-Kurdistan turco). Accompagnerà il coro il sindaco di Sur, Abdullah Demirbas da tempo impegnato tra le altre cose nella promozione della lingua kurda. Una attività la sua che gli è costata diversi processi e anche l’essere esautorato dal suo ruolo di sindaco. Ma alle scorse elezioni Demirbas è stato rieletto dai cittadini.
A settembre su Planet Kurdistan sbarcheranno invece il cinema e la letteratura. Due appuntamenti importanti di cui forniremo il programma dettagliato nei prossimi giorni.
A ottobre invece ci sarà una settimana organizzata dalle donne kurde che vivono in Europa e in Kurdistan. Concerti, dibattiti, film, readings e anche una sfilata di moda.
La prima settimana di novembre arriveranno a Venezia gli artisti del Mkm, il Centro Culturale della Mesopotamia.
Lunedì 18 maggio alle ore 12 si svolgerà presso la ex sala giunta della Provincia di Roma (secondo piano) via IV novembre, la conferenza stampa di presentazione di Planet Kurdistan, promosso da Marco Polo System.
Planet Kurdistan fa parte del progetto Krossing, evento collaterale ufficiale della 53. Esposizione internazionale d’Arte-La Biennale di Venezia.
Per la prima volta il Kurdistan è presente alla Biennale di Venezia.
Planet K vuole essere prima di tutto un terreno di confronto e produzione tra gli artisti provenienti dalle quattro nazioni in cui è stato diviso il popolo kurdo – Iraq, Iran, Siria e Turchia -, ma anche dalla ‘quinta’ parte, più recente, in cui il popolo kurdo è stato costretto a vivere, quella rappresentata dall’esilio. La diaspora kurda infatti è una realtà di oltre 1milione e trecentomila persone soltanto nell’Europa occidentale.
Partecipano alla conferenza stampa:
Pietrangelo Pettenò, presidente Marco Polo System (promotore Krossing – Planet K)
Azad Nanakeli, artista kurdo
Carlo Pesaresi, Assessore alla cultura Provincia di Ancora, Ciscase
Massimo De Grandi, Arci Venezia
Fayik Yagizay, rappresentante europeo DTP, Partito della società democratica
Sarà presente Cecilia D’Elia, assessore alla cultura della Provincia di Roma
Amburgo. Quando Duvara karşı (contro il muro, in italiano tradotto con un improbabile la sposa turca) è arrivato sugli schermi del festival di Berlino nel 2004, in molti hanno avuto un sussulto. La durezza, la rabbia, di quel film rimandavano ai lavori di Yılmaz Güney. Il regista di Duvara karşı, era un giovane film maker turco nato in Germania. Fatih Akın oggi è uno dei registi più apprezzati, sospeso tra Europa e Turchia, tra Occidente e Oriente. “Un collegamento”, come ama definirsi lui stesso, che non a caso ha scelto proprio un ponte, quello sul Bosforo, come immagine del film che è seguito a La sposa turca, Crossing the Bridge. The sounds of Istanbul, un documentario sulle tracce dei mille suoni di Istanbul. Un altro modo per dimostrare che nonostante la paranoia dei seguaci di Kemal Atatürk, la Turchia è tutt’altro che una. Ci sono mille turchie in Turchia e in Europa. Ad Amburgo, dove è nato e cresciuto (nel quartiere turco-kurdo di Altona), Akın sta lavorando al suo nuovo documentario, sulla lotta di un villaggio del Mar Nero (il villaggio dei nonni di Akin) contro il governo che vorrebbe avvelenarlo con una discarica. Anche questo documentario, come Crossing The Bridge, segue un lungometraggio. Il nuovo film di Akın si chiama Yaşamın karşı kıyısında dall’altra parte della vita, ed è la seconda parte della trilogia su amore, morte e il diavolo, iniziata con Duvara karşı. Leggi il resto di questo articolo »
Fatoş Güney è instancabile. Sempre in movimento, ha dedicato la sua vita a mantenere vivo e diffondere il lavoro di suo marito. Ricorda in questo Laura Betti e la sua dedizione a Pier Paolo Pasolini. Disponibile, schietta, è una donna colta, molto preparata, che sa quello che vuole e non si arrende di fronte alle difficoltà.
Quando hai conosciuto Yılmaz Güney?
Avevo 16 anni quando ho conosciuto Yılmaz. Studiavo al liceo italiano e consideravo il cinema turco in maniera un po’ snob. Non andavo a vedere film turchi, preferendo piuttosto film stranieri. Di Yılmaz Güney non avevo mai sentito parlare. La mia amica Nadya volle portarmi sul set di un suo film. Come fai a non conoscerlo, è così famoso? Quando l’ho visto mi sono detta come può essere un attore famoso con questa brutta faccia? Però mi incuriosiva e così sono andata sul set e poi sono andata a vedere Seyyit Han. Mi sembrò molto diverso dai soliti film. Yılmaz mi ha regalato soprattutto questo: mi ha fatto vedere il mondo con occhi diversi. Mi chiedevo come avessi potuto non rendermi conto di ciò che stava accadendo in Turchia e fuori. Mi resi conto di essere ancora una bambina. Quel giorno sul set ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e scherzato. Il giorno dopo la mia amica Nadya mi telefonò per dirmi che Yılmaz Güney voleva vedermi. La mia era una famiglia piuttosto conservatrice, nazionalista borghese, con un background albanese, e una sorta di dignità feudale. Abbiamo cominciato a frequentarci, nonostante gli ostacoli. E nonostante la mia famiglia rifiutasse l’idea che sposassi quest’uomo, ci siamo sposati. Leggi il resto di questo articolo »
Parigi. La tomba di Yılmaz Guney a Père Lachaise è diversa dalle altre. Non di marmo, di pietra calda, ma una sorta di baldacchino di acciaio lucido, freddo, a sovrastare la lapide. In realtà però non c’è freddezza in quell’acciaio. Paradossalmente quel lucido metallo finisce con il trasmettere calore. O forse è solo la suggestione di chi sta davanti a quella tomba. E vede scorrere davanti agli occhi la vita passionale, appassionata, caldissima di Yılmaz Güney. Che domani avrebbe compiuto settant’anni se un tumore allo stomaco (non curato in prigione), non l’avesse corroso.
Güney è morto a Parigi, il 9 settembre 1984. Era arrivato nella capitale francese, esule, in modo rocambolesco. Come del resto avventurosa è stata tutta la sua vita. Era riuscito a beffare i militari che si erano appena impadroniti nuovamente del potere (con il terzo golpe, il 12 settembre 1980, in trent’anni). Era fuggito di prigione. Dal carcere di massima sicurezza sull’isola di Imralı, quello dove da otto anni si trova, unico detenuto, Abdullah Ocalan, il presidente del Pkk. Anche Güney era kurdo. Anzi come sottolineava lui stesso “un kurdo assimilato. Mia madre era kurda, mio padre kurdo zaza. Fino a quindici anni ho sempre parlato kurdo. Poi sono stato separato dalla mia famiglia. A quel tempo dicevano che i kurdi non esistevano. Che la lingua kurda non esisteva. Ma io sentivo gente che cantava e parlava in kurdo. Vedevo i kurdi vivere in estrema povertà e repressione. Mio padre era di Siverek: ho visitato Siverek quando avevo 16 anni. E’ stato allora che ho capito chi ero veramente. E a 34 anni ho potuto finalmente visitare il villaggio di mia madre, Mus. Suru, è la storia di ciò che accadde alla tribù di mia madre”. Güney (il cui vero cognome era Pütün, ma lui aveva preferito significativamente Sud come nome d’arte) era nato il primo aprile 1937 in un villaggio nei pressi di Adana, Yenice.
Prima di arrivare a Parigi, nell’autunno del 1981, il regista si era fermato alla frontiera franco-svizzera per finire di postprodurre Yol, il film che l’anno dopo avrebbe trionfato a Cannes, vincendo la Palma d’Oro e regalando a Güney una notorietà che fino a quel momento aveva avuto soltanto in patria. Dove era amato e odiato. Amato dalla sinistra turca e kurda. Güney era un comunista, un internazionalista. Uno che non si tirava indietro quando si trattava di rivendicare le proprie idee. E per questa sua onestà Güney ha pagato un prezzo molto alto. Ha trascorso infatti quasi dodici anni in carcere. L’ultimo arresto nel 1974, pochi mesi dopo essere stato rilasciato di prigione grazie ad una amnistia. In quello che è diventato noto come l’incidente di Yumurtalık, Güney sparò e uccise un giudice in un bar: forse il magistrato aveva offeso la moglie del regista, dicendo “se quello è un comunista sua moglie non può essere che una puttana”, o forse il colpo era partito accidentalmente. Le leggende sull’episodio sono diverse. Comunque Güney finì nuovamente in carcere. Ma la condanna a nove anni divenne una condanna a cento anni, perché in prigione per ogni articolo che scriveva gli veniva aumentata la pena. Così, di fronte alla prospettiva di rimanere tutta la vita rinchiuso, Güney decise di evadere. “Sono scappato dal carcere – dirà in una intervista rilasciata poco prima di morire – ma non dalla Turchia”. Parole che riassumono la lacerante nostalgia per il suo paese. Per il quale non vede che un’unica via d’uscita, devrim, la rivoluzione.
A Parigi il regista si reca subito da Kendal Nezan, intellettuale kurdo di Diyarbakır, amico della sinistra francese, uscito dalla Turchia nel 1968. Incontriamo Nezan nelle stanze dell’istituto kurdo di Parigi, in rue La Fayette. Sono le stanze dove Güney trascorse la gran parte del suo tempo in esilio. “Era ottobre o forse novembre del 1981 quando è arrivato. – ricorda Nezan – Abbiamo organizzato la partecipazione dei kurdi nel film Yol. Abbiamo risolto i piccoli problemi tecnici. E poi l’ho accompagnato a Cannes. Ci vedevamo molto spesso”. All’epoca a Parigi c’era solo una piccola associazione chiamata France-Kurdistan. “Molti intellettuali francesi – dice Nezan – molti sostenevano la causa kurda, Jean Paul Sartre, Simon De Beauvoir. Quando i socialisti sono arrivati al governo ho proposto la creazione dell’istituto kurdo. C’erano Jacques Lang, Danielle Mitterand”. Güney, dopo Yol ha iniziato a girare Duvar, il muro, il suo film più duro. Una drammatica denuncia della violenza del regime turco. La storia di una rivolta di ragazzini in carcere alla quale lo stesso Güney aveva assistito. Il suo grido di dolore nei confronti di un’Europa sorda.
In esilio Güney voleva incontrare gruppi politici, kurdi, turchi. Passava ore a discutere con i lavoratori. “Era molto disponibile e modesto. I gruppi politici – dice Nezan – li incontrava nella nostra biblioteca, spesso per organizzare manifestazioni”. L’istituto kurdo apre nel 1983. L’inaugurazione era stata anticipata nel 1982 con una presentazione dei film di Güney. Il Newroz, il capodanno kurdo, nel 1983 e 1984 vede il regista come speaker principale. Instancabile, curioso, Güney mise in piedi anche una associazione di artisti in esilio, di cui facevano parte anche Fernando Solanas e Miguelangel Estrella. “Güney era molto interessato a stabilire contatti con artisti dal Cile, sud Africa, Nicaragua. Era un vero internazionalista. Aiutava questi gruppi anche economicamente. Ricordo che diede dei soldi al partito socialista cileno, e anche a Solanas perché un artista in esilio che non lavora si trova in una condizione difficile. Era molto generoso”.
L’evento più importante per Güney in esilio è stato certamente Cannes. “Güney viveva nascosto, con tutti i media turchi che gli davano la caccia. Ed eccolo intervenire a Cannes, davanti a centinaia di giornalisti, accolto come un eroe. Al termine della proiezione di Yol ci fu una standing ovation. E il direttore del festival mi disse che dovevamo rimanere in contatto. Güney partiva per la Grecia il giorno dopo per incontrare Melina Mercuri. Io rimasi in contatto con il festival e una notte mi chiamarono per dirmi che Güney avrebbe dovuto essere a Cannes, non potevano dirmi perché. Sapevamo che ci sarebbe stato un premio. Güney tornò a Cannes e il premio fu la Palma d’Oro”.
Un riconoscimento importante, che non cambia però l’approccio di Güney al cinema, che per lui deve essere di denuncia, deve raccontare storie di chi non ha voce. Nonostante la sua immagine di macho Güney aveva un’attenzione particolare alla condizione della donna. Denuncia nei suoi film la sottomissione delle donne, la violenza contro di loro. “Ci sono due periodi nella vita di Güney. – dice Nezan -Il primo quando recitava come attore. Il suo scopo principale era quello di diventare conosciuto, amato dal suo pubblico e questo per rendersi più forte e poter poi realizzare i suoi progetti. Perché veniva da un background molto modesto, non aveva soldi, non era bello, secondo gli standards dell’industria cinematografica aveva molti handicap. E l’unico modo per uscire da questi handicaps era accontentare il pubblico. E sapeva bene come accontentarlo perché da giovane nei villaggi, nei campi nomadi, nei piccoli centri, mostrava questi film con il suo proiettore portatile. E quindi sapeva bene quando la gente rideva, quando applaudiva, conosceva bene il pubblico. A quel tempo dunque era una specie di supereroe, una sorta di Erol Flynn. Ma quando ha cominciato a produrre il suo lavoro era molto ispirato per esempio da Vittorio de Sica e il neorealismo italiano. Cercava di essere un testimone della sua società. Cercava di portare sullo schermo i problemi sociali, culturali, nazionali di diversi settori della popolazione. Era molto sensibile alla questione della sottomissione delle donne. Diceva sempre che non si potevano girare film come slogan politici. In questo era molto fedele a Stendhal quando diceva che portare la politica in un romanzo o nell’arte era come sparare ad un concerto. Bisogna raccontare la storia e lasciare che la gente tragga le sue conclusioni. Film come Sürü (il gregge) o Yol sono molto potenti nella loro denuncia della condizione delle donne e sono ancora molto attuali, dopo 40 anni”.
Güney ha lasciato un duplice eredità, artistica e politica. “Artistica – dice Nezan – perché è stato il primo regista a portare i kurdi sulle scherno. Il suo lavoro ha ispirato registi come Ghobadi e Hiner Saleem. Güney è il padre del cinema kurdo, ma ha anche giocato un ruolo molto importante nel cinema turco. Perché prima i film erano soprattutto di intrattenimento, commedie ordinarie, con la povera ragazza presa sotto l’ala protettrice del ricco signorotto. Ma non c’era alcun approccio sociale alla società”. E poi c’è l’eredità politica, umana. “Güney era per la libertà del Kurdistan, ma non era un nazionalista, piuttosto un patriota. All’inizio pensava che ci sarebbe potuta essere una confedereazione tra i popoli del medioriente. Ma pochi mesi prima della sua morte diceva che prima bisognava avere la nostra terra libera, dovevamo avere il nostro paese, la nostra lingua, la nostra cultura, e dopo potremmo avere buone relazioni con gli altri. Dobbiamo cioè prima di tutto esistere ed essere riconosciuti”.
Come un astronauta sperduto, stupito e affascinato dall’immensità dell’universo, talvolta mi sento come trasportato nell’ignoto, legato a questo pianeta solo da un lungo e sottile laccio; anche se, devo dire, naufragare in questo regno del meraviglioso, dove così spesso trova posto lo smarrimento, mi è molto dolce.
Su questa astronave che chiamiamo Terra, la realtà che crediamo di conoscere mi appare in qualche modo come limitata e sminuita, soprattutto se penso a quella dimensione parallela e sfuggente dell’universo, senza tempo, senza confini, fatta di cieli remoti dove la poesia vive e il linguaggio dell’arte si nasconde: “… dolci libri di versi sono gli astri che passano nel muto silenzio verso il regno del Nulla scrivendo nel cielo strofe d’argento” (Garcia Lorca).
Per questo, forse, di fronte ad eventi apparentemente comuni come il variare delle stagioni, la forza di un tramonto, o la furia di una mareggiata, mi sento ogni volta come impreparato, quasi sbalordito; e ogni volta mi chiedo se questa sorta di inadeguatezza del mio “essere-nel-mondo” non sia un difetto, una mancanza. Poi mi torna a mente che, anzi, alimentando senza fine incanto e stupore, è proprio lei a mantenere vivo il mio sogno solitario.
Proprio come un cosmonauta sperduto, stupito e affascinato, sono partito e ho attraversato parte di questo piccolo grande universo ignoto, portando con me solamente lo zaino lasciato da mio padre, lo stesso che prima era stato dei suoi avi e dove trovavano posto sentimenti, impulsi, emozioni ed esperienze di quel mondo. Un’altro mondo. E dal profondo Kurdistan fino alle guglie grigie di Utrecht, dopo aver lasciato il bianco delle nevi della mia terra, ho conosciuto l’azzurro folle del Mediterraneo, la delicatezza delle colline toscane e i grigi vibranti dei cieli d’Olanda.
Per i miei studi, dopo l’accademia di Baghdad sono passato a quella di Roma e poi di Firenze, frequentando quanto più possibile i musei delle città d’arte d’Europa e del Nuovo Mondo. Per questo il mio background, rispetto a quello di un artista europeo, è complesso e diverso. Una diversità che attraverso ogni mio lavoro condivido con chi, oggi, vive attorno a me.