25 E 26 SETTEMBRE, SCONFINATE PAROLE
SCONFINATE PAROLE – BOUNDLESS WORDS (click here for the English)
Due giorni di letteratura. Il 25 e 26 settembre scrittori kurdi, baschi, irlandesi, italiani e messicani si ritroveranno in una due giorni di discussione sui temi che hanno dato vita a Planet K e cioè identità, confini, lingua.
La giornata del 25 sarà un omaggio al più grande scrittore kurdo vivente, Yasar Kemal, che purtroppo per motivi di salute non potrà essere a Venezia. Kemal ha comunque inviato un messaggio video al sindaco Massimo Cacciari, all’assessora alla cultura Luana Zanella e alla città. Il video-messaggio sarà proiettato alle 10.30 alla Sala del Piovego a Palazzo Ducale.
Assieme all’assessora Zanella anche lo scrittore Gianfranco Bettin e il regista del video-messaggio, già autore di un importante documentario su Yasar Kemal, Osman Okkan.
Il 26 sarà invece una giornata dedicata alla letteratura kurda da una parte e all’incontro tra gli scrittori ospiti sui temi di identità, confini e lingua.
Partecipano alla due giorni gli scrittori kurdi Dilawer Zeraq, Arjen Ari e Helim Yusif. Assieme a loro, lo scrittore nordirlandese Danny Morrison, il presidente dell’associazione scrittori baschi Fito Rodriguez, il giornalista, scrittore e sceneggiatore messicano Hermann Bellinghausen, gli scrittori italiani Enrico Palandri e Roberto Ferrucci.
PROGRAMMA
25 SETTEMBRE
ORE 10.30 Sala del Piovego, Palazzo Ducale
Omaggio a Yasar Kemal
Partecipano:
Gianfranco Bettin, scrittore e saggista
Osman Okkan, regista
Sarà presente: Luana Zanella, assessora alla Produzione Culturale, Politiche Giovanili e Pace del Comune di Venezia
Yasar Kemal, non potendo intervenire per motivi di salute, ha comunque voluto inviare un video-messaggio alla città di Venezia che ha deciso di dedicargli questo tributo. Il video-messaggio è stato girato a Istanbul dal regista Osman Okkan
ORE 21.00 SALE DOCKS
Proiezione del film di Alberto Cortes, sceneggiatura di Hermann Bellinghausen
Corazon del Tiempo (Viaggio nel cuore della lotta zapatista)
26 SETTEMBRE
ore 10.30 Planet K, sala San Leonardo
Incontro con la letteratura kurda
Partecipano:
Arjen Ari, Dilawer Zeraq, Helim Yusif
A seguire proiezione dei film di Osman Okkan:
Murder File: Hrant Dink
Yasar Kemal Belgeseli
Pausa Pranzo
Ore 15.00
Identità, lingua, confini
Incontri di letterature
Partecipano:
Dilawer Zeraq, Danny Morrison, Fito Rodriguez, Helim Yusif, Roberto Ferrucci,
Hermann Bellinghausen, Enrico Palandri, Arjen Ari
Coordina: Gianfranco Bettin
A seguire proiezione del film di Raul de la Fuente
Nomadak TX
Clicca sui nomi per avere informazioni relative agli scrittori presenti o vai alla pagina PROGRAMME – events
per maggiori informazioni.

Fathi Akin su Yilmaz Guney
Orsola Casagrande
Amburgo. Quando Duvara karşı (contro il muro, in italiano tradotto con un improbabile la sposa turca) è arrivato sugli schermi del festival di Berlino nel 2004, in molti hanno avuto un sussulto. La durezza, la rabbia, di quel film rimandavano ai lavori di Yılmaz Güney. Il regista di Duvara karşı, era un giovane film maker turco nato in Germania. Fatih Akın oggi è uno dei registi più apprezzati, sospeso tra Europa e Turchia, tra Occidente e Oriente. “Un collegamento”, come ama definirsi lui stesso, che non a caso ha scelto proprio un ponte, quello sul Bosforo, come immagine del film che è seguito a La sposa turca, Crossing the Bridge. The sounds of Istanbul, un documentario sulle tracce dei mille suoni di Istanbul. Un altro modo per dimostrare che nonostante la paranoia dei seguaci di Kemal Atatürk, la Turchia è tutt’altro che una. Ci sono mille turchie in Turchia e in Europa. Ad Amburgo, dove è nato e cresciuto (nel quartiere turco-kurdo di Altona), Akın sta lavorando al suo nuovo documentario, sulla lotta di un villaggio del Mar Nero (il villaggio dei nonni di Akin) contro il governo che vorrebbe avvelenarlo con una discarica. Anche questo documentario, come Crossing The Bridge, segue un lungometraggio. Il nuovo film di Akın si chiama Yaşamın karşı kıyısında dall’altra parte della vita, ed è la seconda parte della trilogia su amore, morte e il diavolo, iniziata con Duvara karşı.
Tre anni fa il giovane regista venne contattato dalla moglie del Çirkin Kral, il re brutto, come veniva chiamato Yılmaz Güney, Fatoş. “La sua proposta – dice Akın – mi è parsa immediatamente straordinaria. Mi ha chiesto di fare un film sulla vita di Güney. Ho cominciato a leggere e a fare ricerche e interviste sul campo per sapere più cose possibili sulla vita di quest’uomo straordinario. Di questo regista che tanto aveva influenzato anche il mio lavoro”.
Facciamo un passo indietro. Qual è stato il tuo primo approccio con il cinema di Güney?
Il primo film che ho visto è stato Yol. Avevo 12 anni, ero a Amburgo e ricordo che hanno dato Yol alla televisione. Avevamo un piccolo videoregistratore e così abbiamo registrato questo film di cui tutti parlavano. Devi sapere che vengo da una famiglia piuttosto conservatrice, originaria del Mar Nero. Mio padre è venuto in Germania per lavorare e mia madre l’ha seguito. Lei era una insegnante, per bambini turchi. Io sono nato qui ad Amburgo. Dai miei ho avuto molto, ma come spesso accade le idee dei figli non coincidono con quelle dei genitori. Prima di vedere Yol alla televisione ricordo una cena a casa di amici dei miei. Sarà stato il 1983 0 il 1984. Gli amici dei miei erano molto più progressisti, più di sinistra dei miei. Anche loro erano insegnanti. Quella sera ci fu una accesa discussione, appassionata come sempre le discussioni politiche, su Yilmaz Güney. Quella cena mi è tornata in mente quando, un paio d’anni dopo ho visto Yol. Non ho capito molto del film allora, anche se ricordo che mi aveva molto colpito. Scioccato. Per me, dodicenne, è stato uno shock vedere una madre che muore in mezzo alla neve. Quando ho cominciato a fare film, avevo 22 anni. All’inizio volevo evitare di essere un film maker politico, poi ho realizzato che qualunque cosa fai è politico, anche se riempi la gente di cose banali, fai politica. Allora ho riscoperto Güney. Sarà stato il 1997. Ho guardato i suoi film, alla biblioteca del mio quartiere dove avevano anche molto materiale in turco. Mi sono visto Sürü, Endişe. Non conoscevo invece Duvar, che ho visto più tardi.
Quindi hai incontrato Fatoş Güney…
Prima di incontrarla avevo letto qualcosa su Elias Kazan e quando fai ricerca su Kazan, prima o poi ti imbatti anche su Güney. Dopo l’offerta di Fatoş mi sono letteralmente tuffato nella mia ricerca su Güney. Sono andato ad intervistare suo figlio, poi sua figlia che vive a Parigi. Ho parlato a lungo con Atif Yilmaz che è morto l’anno scorso e che praticamente ha scoperto e lanciato Güney. Ho parlato con Tuncel Kurtiz, con il quale poi ho lavorato. E ho letto tantissimo. Però più andavo avanti nella mia ricerca e più parlavo e ragionavo su come realizzare il film, più mi rendevo conto che mi allontanavo dal progetto. Ad un certo punto in una intervista con il quotidiano inglese Daily Telegraph ho detto che stavo lavorando a questo progetto e ho raccontato alcune scene che mi sarebbe piaciuto girare. L’intervista è stata contestatissima in Turchia. Non è piaciuta agli amici amici nè ai fans di Güney e nè tanto meno a sua moglie.
Che scene avresti voluto girare?
Una delle scene che mi sarebbe piaciuto inserire nel film era quella di Güney che picchiava i suoi figli perché voleva che imparassero a memoria frasi intere di Mao e di Lenin. Mi pareva una scena interessante per inquadrare una personalità così affascinante e complessa. La reazione di Fatoş è stata molto dura. Ha sostenuto che suo marito non aveva mai picchiato i suoi figli. Però io avevo riportato quello che mi avevano detto i figli. Con il senno di poi penso che se avessi fatto quel film avrei assunto una posizione, diciamo così, provocatoria, nel senso che mi sarebbe piaciuto suscitare un dibattito su quest’uomo. Penso che avrei anche girato la scena in cui Güney uccide il giudice e finisce in carcere. Capisco bene che alla famiglia non sarebbe piaciuto. E lo rispetto. Però non avrei potuto fare un film su Güney, descrivendolo come un santo. Ogni uomo ha dei peccati e dei lati negativi che poi in fondo sono il sale e pepe della vita di ciascuno. I difetti sono quelli che ci rendono umani. Sono comunque felice di essere stato coinvolto in questo progetto perché studiando Güney ho imparato molto della storia della Turchia. Penso infatti che il mio film sarebbe stato piuttosto sulla Turchia che su Güney.
Qual è l’eredità di Güney?
Güney era un guerriero. Ha vissuto la sua breve vita con intensità, con ardore e passione. I suoi film sono pieni di passione. E questo ha ispirato molti, soprattutto me. Aveva una passione senza compromessi: una forza straordinaria. E’ stato un maestro del cinema realista. Era stato lui stesso ispirato dai neo realisti italiani. Penso per esempio ai suoi primi lavori, Umut, speranza. Ti viene in mente Ladri di biciclette, di Vittorio De Sica. Ma anche Accattone di Pier Paolo Pasolini. Il cinema turco di oggi ha in sé questo realismo secco e asciutto, la capacità di dire molte cose con poche scene.
intervista a Fatos Guney
Orsola Casagrande
Flaminio Zadra

Fatoş Güney è instancabile. Sempre in movimento, ha dedicato la sua vita a mantenere vivo e diffondere il lavoro di suo marito. Ricorda in questo Laura Betti e la sua dedizione a Pier Paolo Pasolini. Disponibile, schietta, è una donna colta, molto preparata, che sa quello che vuole e non si arrende di fronte alle difficoltà.
Quando hai conosciuto Yılmaz Güney?
Avevo 16 anni quando ho conosciuto Yılmaz. Studiavo al liceo italiano e consideravo il cinema turco in maniera un po’ snob. Non andavo a vedere film turchi, preferendo piuttosto film stranieri. Di Yılmaz Güney non avevo mai sentito parlare. La mia amica Nadya volle portarmi sul set di un suo film. Come fai a non conoscerlo, è così famoso? Quando l’ho visto mi sono detta come può essere un attore famoso con questa brutta faccia? Però mi incuriosiva e così sono andata sul set e poi sono andata a vedere Seyyit Han. Mi sembrò molto diverso dai soliti film. Yılmaz mi ha regalato soprattutto questo: mi ha fatto vedere il mondo con occhi diversi. Mi chiedevo come avessi potuto non rendermi conto di ciò che stava accadendo in Turchia e fuori. Mi resi conto di essere ancora una bambina. Quel giorno sul set ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e scherzato. Il giorno dopo la mia amica Nadya mi telefonò per dirmi che Yılmaz Güney voleva vedermi. La mia era una famiglia piuttosto conservatrice, nazionalista borghese, con un background albanese, e una sorta di dignità feudale. Abbiamo cominciato a frequentarci, nonostante gli ostacoli. E nonostante la mia famiglia rifiutasse l’idea che sposassi quest’uomo, ci siamo sposati.
Yılmaz Güney ha trascorso parecchi anni della sua vita in carcere. Anche durante il vostro matrimonio. Come hai vissuto questa situazione?
Ho accettato Yılmaz Güney non solo come padre di mio figlio o mio marito, ma anche come compagno di strada. Da Istanbul a Sparta, da Ankara a Kayseri, da Izmit a Imrali, in qualunque carcere venisse trasferito io lo seguivo. Affittavo un appartamento e ricominciavo la mia vita in quel nuovo posto. Mio figlio aveva solo sei mesi quando Yılmaz fu arrestato la prima volta. Pensa che questo bambino, fino alla scuola elementare, quando dormiva mi teneva la mano perché aveva paura che la polizia venisse a casa a prendere, dopo suo padre, anche sua madre. E’ cresciuto così, fino a quando aveva dieci anni. Costretto continuamente a cambiare città e andare a trovare suo padre in una prigione diversa. Anche per me era una vita difficile dovevo resistere. Come un prigioniero anch’io mi sono imposta di stare sempre in piedi e di resistere… era come stare nelle sabbie mobili, era una costante lotta per uscire dal pantano. Ma queste difficoltà mi hanno aiutata a crescere. Senza giustizia e sotto pressione ho comunque mantenuto viva la fiamma di questa lotta. E’ stata una vera scuola di vita.
Anche dal carcere Güney aveva il controllo diretto sulla realizzazione dei suoi film. Come si svolgeva il lavoro? Come inviava direttive e indicazioni dal carcere? Il tuo è certamente stato un contributo fondamentale al suo lavoro.
Dal marzo 1972 quando si trovava nel carcere militare di Selimiye all’ottobre del 1981 quando ha lasciato la Turchia, Yılmaz ha creato i suoi lavori migliori. Cioè proprio quando si è trovato a vivere nelle due condizioni che potrebbero finire con il divorarti, la prigione e l’esilio. Da una parte scriveva romanzi, storie e pezzi politici, dall’altra pensava giorno e notte al cinema che gli mancava terribilmente. Fino al momento dell’arresto aveva girato film senza sceneggiatura, ma in prigione è stato costretto a pensare e registrare fino al più piccolo dettaglio. Così ha cominciato a scrivere sceneggiature. Per esempio per fare Sürü ha mandato una persona a vedere come viveva la gente nella zona kurda. Per lui era fondamentale raccontare nel dettaglio come viveva la gente, cosa pensava. In Yol il personaggio principale, Seyyit Ali, era davvero stato in prigione assieme a Yılmaz, per questo di lui conosceva ogni piccolo dettaglio.
Lo stesso film Yol è nato in carcere. Ci puoi raccontare la sua realizzazione?
Yılmaz decise di fare Yol quando era rinchiuso a Imralı. Ha parlato con centinaia di persone, ha registrato alcune di queste conversazioni, ha preso appunti. Quindi ha cominciato a scrivere la sceneggiatura. Dopo il colpo di stato del 12 settembre 1980 però è stato trasferito a Sparta. In una nuova prigione non è facile avere contatti con l’esterno, avere relazioni. C’erano poi altre difficoltà: per esempio non era facile convincere gli attori a girare questo film, per via del golpe e della repressione. Alla fine ce l’abbiamo fatta. Le difficoltà economiche erano anche peggiori perché il film poteva essere censurato e nessun produttore voleva correre il rischio di finanziarlo. I militari controllavano rigidamente le riprese: per aggirare l’ostacolo davamo loro false sceneggiature e giravamo le parti realmente scritte da Yılmaz. Così è nato Yol.
Güney era certamente un uomo appassionato, insofferente alle ingiustizie. Il suo lavoro è tutto improntato alla denuncia delle condizioni degli oppressi. Quando ha cominciato a parlare apertamente della sua identità kurda? Come affrontava la questione kurda, che idea si era fatto per una possibile soluzione?
Yılmaz ha sempre pensato che la Turchia non sarebbe potuta diventare un paese democratico finchè avesse continuato a reprimere e terrorizzare la popolazione kurda. Questa idea la esprimeva costantemente nel suo lavoro. Non mancava mai di denunciare questa situazione, sia nel suo lavoro politico che culturale e artistico.
L’altro aspetto molto interessante era il suo profondo impegno nella denuncia della condizione delle donne, della loro sottomissione. Una critica alla società dei clan, del concetto di ‘onore’. Ed è questo un aspetto che nega l’immagine spesso propagandata di un Güney macho e un po’ prepotente. Il suo lavoro ci restituisce invece un uomo sensibile e estremamente attento alla condizione dei più deboli.
Purtroppo ovunque nel mondo prevalgono idee ottuse, la donna è sempre discriminata. Ma finchè l’egemonia dei governi continuerà, la lotta per la democrazia sarà difficile sia per uomini che per le donne. Non dobbiamo aspettarci, credo, un cambiamento reale non solo nei rapporti quotidiani, ma nella politica, nelle organizzazioni. Perché purtroppo anche coloro che in teoria si battono contro la discriminazione non riescono a particarla davvero. Yılmaz era un uomo molto sensibile a questa questione che è presente in ogni suo lavoro, artistico o politico.
Nel film Duvar hai lavorato come assistente alla regia. Che ricordi hai?
Girare Duvar è stato una specie di guerra. Ma siamo riusciti a fare qualcosa di incredibile. Nel film hanno lavorato centinaia di persone ma soltanto due avevano visto una telecamera prima, erano degli attori. Gli altri li abbiamo letteralmente raccattati dalle strade, dai caffè turchi, dalle famiglie di immigrati in Germania. Da questo mix dovevamo tirar fuori un grande film… per lo più ho cercato di rassicurare Yılmaz dicendogli che ce l’avremmo fatta… e penso che ci siamo riusciti.
Il critico cinematografico J. Hoberman ha descritto Güney come un mix tra “Clint Eastwood, James Dean e Che Guevara”. La sua vita è stata certamente intensa. Il soggetto ideale per un film.
Con la Güney Film stiamo lavorando ad un progetto per raccontare la vita di Yılmaz, il suo lavoro in prigione, con la sua censura, con i mille ostacoli, l’esilio…non è ancora un progetto ben definito, anche perché richiede tempo.
Come avete vissuto gli anni dell’esilio a Parigi?
Abbiamo passato giorni molto difficili e dolorosi. Avevamo lasciato il nostro paese, con nostro figlio Yılmaz e Elif [la figlia di Güney. Ndr.], che avevamo sradicato dal loro ambiente. L’esilio però era anche una opportunità per Yılmaz di lavorare di più, realizzare nuovi progetti. Continuava il suo lavoro politico, naturalmente, e nella sua testa si sviluppavano mille progetti a cui cercava di dare forma. Ma il tempo non è stato abbastanza. Quando gli è stato diagnosticato il tumore allo stomaco ha smesso di lavorare.
E l’esperienza di Cannes?
Quando abbiamo messo piede a Cannes eravamo la maggior attrazione del festival. Una grande curiosità circondava il film ma anche chi aveva creato in queste terribili condizioni di povertà personaggi così dignitosi. Quando è tornato a Parigi Yılmaz aveva il cuore diviso: da una parte era lontano dal suo paese, non poteva incontrare chi aveva lavorato in questo film, non poteva incontrare la sua gente. Dall’altra pensava a come questo lavoro poteva essere utilizzato per aiutare la sua gente. Mi viene in mente una cosa [ride. Ndr]… arrivati a Parigi, non avevamo i soldi per pagare il taxi dall’aeroporto a casa e abbiamo chiesto un prestito all’interprete.
Quando è nata la Fondazione Güney e con quale obiettivo?
Abbiamo aperto nel 1991. Prima di tutto il nostro obiettivo è quello di lavorare per il cinema turco, cerchiamo di sostenere i nuovi Yılmaz Güney. E naturalmente vogliamo proteggere il lavoro e i film di Yılmaz, restaurarli, distribuirli alla gente.
Anche tu sei stata processata, accusata di separatismo, per un libro di scritti e interviste di Güney, nel ‘95. Ma quotidianamente ci sono processi per l’articolo 301 che vedono imputati scrittori e artisti. Tu e la fondazione avete ancora problemi?
Al momento non c’è nessuna pendenza giuridica su di noi, ma molti attori e scrittori sono sotto processo, per reati di opinione. Molti intellettuali vengono attaccati e anche uccisi dai nazionalisti fascisti. In queste condizioni, come possiamo dire di non avere alcun problema?
Yilmaz Guney
Orsola Casagrande
Parigi. La tomba di Yılmaz Guney a Père Lachaise è diversa dalle altre. Non di marmo, di pietra calda, ma una sorta di baldacchino di acciaio lucido, freddo, a sovrastare la lapide. In realtà però non c’è freddezza in quell’acciaio. Paradossalmente quel lucido metallo finisce con il trasmettere calore. O forse è solo la suggestione di chi sta davanti a quella tomba. E vede scorrere davanti agli occhi la vita passionale, appassionata, caldissima di Yılmaz Güney. Che domani avrebbe compiuto settant’anni se un tumore allo stomaco (non curato in prigione), non l’avesse corroso. 
Güney è morto a Parigi, il 9 settembre 1984. Era arrivato nella capitale francese, esule, in modo rocambolesco. Come del resto avventurosa è stata tutta la sua vita. Era riuscito a beffare i militari che si erano appena impadroniti nuovamente del potere (con il terzo golpe, il 12 settembre 1980, in trent’anni). Era fuggito di prigione. Dal carcere di massima sicurezza sull’isola di Imralı, quello dove da otto anni si trova, unico detenuto, Abdullah Ocalan, il presidente del Pkk. Anche Güney era kurdo. Anzi come sottolineava lui stesso “un kurdo assimilato. Mia madre era kurda, mio padre kurdo zaza. Fino a quindici anni ho sempre parlato kurdo. Poi sono stato separato dalla mia famiglia. A quel tempo dicevano che i kurdi non esistevano. Che la lingua kurda non esisteva. Ma io sentivo gente che cantava e parlava in kurdo. Vedevo i kurdi vivere in estrema povertà e repressione. Mio padre era di Siverek: ho visitato Siverek quando avevo 16 anni. E’ stato allora che ho capito chi ero veramente. E a 34 anni ho potuto finalmente visitare il villaggio di mia madre, Mus. Suru, è la storia di ciò che accadde alla tribù di mia madre”. Güney (il cui vero cognome era Pütün, ma lui aveva preferito significativamente Sud come nome d’arte) era nato il primo aprile 1937 in un villaggio nei pressi di Adana, Yenice.
Prima di arrivare a Parigi, nell’autunno del 1981, il regista si era fermato alla frontiera franco-svizzera per finire di postprodurre Yol, il film che l’anno dopo avrebbe trionfato a Cannes, vincendo la Palma d’Oro e regalando a Güney una notorietà che fino a quel momento aveva avuto soltanto in patria. Dove era amato e odiato. Amato dalla sinistra turca e kurda. Güney era un comunista, un internazionalista. Uno che non si tirava indietro quando si trattava di rivendicare le proprie idee. E per questa sua onestà Güney ha pagato un prezzo molto alto. Ha trascorso infatti quasi dodici anni in carcere. L’ultimo arresto nel 1974, pochi mesi dopo essere stato rilasciato di prigione grazie ad una amnistia. In quello che è diventato noto come l’incidente di Yumurtalık, Güney sparò e uccise un giudice in un bar: forse il magistrato aveva offeso la moglie del regista, dicendo “se quello è un comunista sua moglie non può essere che una puttana”, o forse il colpo era partito accidentalmente. Le leggende sull’episodio sono diverse. Comunque Güney finì nuovamente in carcere. Ma la condanna a nove anni divenne una condanna a cento anni, perché in prigione per ogni articolo che scriveva gli veniva aumentata la pena. Così, di fronte alla prospettiva di rimanere tutta la vita rinchiuso, Güney decise di evadere. “Sono scappato dal carcere – dirà in una intervista rilasciata poco prima di morire – ma non dalla Turchia”. Parole che riassumono la lacerante nostalgia per il suo paese. Per il quale non vede che un’unica via d’uscita, devrim, la rivoluzione.

A Parigi il regista si reca subito da Kendal Nezan, intellettuale kurdo di Diyarbakır, amico della sinistra francese, uscito dalla Turchia nel 1968. Incontriamo Nezan nelle stanze dell’istituto kurdo di Parigi, in rue La Fayette. Sono le stanze dove Güney trascorse la gran parte del suo tempo in esilio. “Era ottobre o forse novembre del 1981 quando è arrivato. – ricorda Nezan – Abbiamo organizzato la partecipazione dei kurdi nel film Yol. Abbiamo risolto i piccoli problemi tecnici. E poi l’ho accompagnato a Cannes. Ci vedevamo molto spesso”. All’epoca a Parigi c’era solo una piccola associazione chiamata France-Kurdistan. “Molti intellettuali francesi – dice Nezan – molti sostenevano la causa kurda, Jean Paul Sartre, Simon De Beauvoir. Quando i socialisti sono arrivati al governo ho proposto la creazione dell’istituto kurdo. C’erano Jacques Lang, Danielle Mitterand”. Güney, dopo Yol ha iniziato a girare Duvar, il muro, il suo film più duro. Una drammatica denuncia della violenza del regime turco. La storia di una rivolta di ragazzini in carcere alla quale lo stesso Güney aveva assistito. Il suo grido di dolore nei confronti di un’Europa sorda.
In esilio Güney voleva incontrare gruppi politici, kurdi, turchi. Passava ore a discutere con i lavoratori. “Era molto disponibile e modesto. I gruppi politici – dice Nezan – li incontrava nella nostra biblioteca, spesso per organizzare manifestazioni”. L’istituto kurdo apre nel 1983. L’inaugurazione era stata anticipata nel 1982 con una presentazione dei film di Güney. Il Newroz, il capodanno kurdo, nel 1983 e 1984 vede il regista come speaker principale. Instancabile, curioso, Güney mise in piedi anche una associazione di artisti in esilio, di cui facevano parte anche Fernando Solanas e Miguelangel Estrella. “Güney era molto interessato a stabilire contatti con artisti dal Cile, sud Africa, Nicaragua. Era un vero internazionalista. Aiutava questi gruppi anche economicamente. Ricordo che diede dei soldi al partito socialista cileno, e anche a Solanas perché un artista in esilio che non lavora si trova in una condizione difficile. Era molto generoso”.

L’evento più importante per Güney in esilio è stato certamente Cannes. “Güney viveva nascosto, con tutti i media turchi che gli davano la caccia. Ed eccolo intervenire a Cannes, davanti a centinaia di giornalisti, accolto come un eroe. Al termine della proiezione di Yol ci fu una standing ovation. E il direttore del festival mi disse che dovevamo rimanere in contatto. Güney partiva per la Grecia il giorno dopo per incontrare Melina Mercuri. Io rimasi in contatto con il festival e una notte mi chiamarono per dirmi che Güney avrebbe dovuto essere a Cannes, non potevano dirmi perché. Sapevamo che ci sarebbe stato un premio. Güney tornò a Cannes e il premio fu la Palma d’Oro”.
Un riconoscimento importante, che non cambia però l’approccio di Güney al cinema, che per lui deve essere di denuncia, deve raccontare storie di chi non ha voce. Nonostante la sua immagine di macho Güney aveva un’attenzione particolare alla condizione della donna. Denuncia nei suoi film la sottomissione delle donne, la violenza contro di loro. “Ci sono due periodi nella vita di Güney. – dice Nezan - Il primo quando recitava come attore. Il suo scopo principale era quello di diventare conosciuto, amato dal suo pubblico e questo per rendersi più forte e poter poi realizzare i suoi progetti. Perché veniva da un background molto modesto, non aveva soldi, non era bello, secondo gli standards dell’industria cinematografica aveva molti handicap. E l’unico modo per uscire da questi handicaps era accontentare il pubblico. E sapeva bene come accontentarlo perché da giovane nei villaggi, nei campi nomadi, nei piccoli centri, mostrava questi film con il suo proiettore portatile. E quindi sapeva bene quando la gente rideva, quando applaudiva, conosceva bene il pubblico. A quel tempo dunque era una specie di supereroe, una sorta di Erol Flynn. Ma quando ha cominciato a produrre il suo lavoro era molto ispirato per esempio da Vittorio de Sica e il neorealismo italiano. Cercava di essere un testimone della sua società. Cercava di portare sullo schermo i problemi sociali, culturali, nazionali di diversi settori della popolazione. Era molto sensibile alla questione della sottomissione delle donne. Diceva sempre che non si potevano girare film come slogan politici. In questo era molto fedele a Stendhal quando diceva che portare la politica in un romanzo o nell’arte era come sparare ad un concerto. Bisogna raccontare la storia e lasciare che la gente tragga le sue conclusioni. Film come Sürü (il gregge) o Yol sono molto potenti nella loro denuncia della condizione delle donne e sono ancora molto attuali, dopo 40 anni”.
Güney ha lasciato un duplice eredità, artistica e politica. “Artistica – dice Nezan – perché è stato il primo regista a portare i kurdi sulle scherno. Il suo lavoro ha ispirato registi come Ghobadi e Hiner Saleem. Güney è il padre del cinema kurdo, ma ha anche giocato un ruolo molto importante nel cinema turco. Perché prima i film erano soprattutto di intrattenimento, commedie ordinarie, con la povera ragazza presa sotto l’ala protettrice del ricco signorotto. Ma non c’era alcun approccio sociale alla società”. E poi c’è l’eredità politica, umana. “Güney era per la libertà del Kurdistan, ma non era un nazionalista, piuttosto un patriota. All’inizio pensava che ci sarebbe potuta essere una confedereazione tra i popoli del medioriente. Ma pochi mesi prima della sua morte diceva che prima bisognava avere la nostra terra libera, dovevamo avere il nostro paese, la nostra lingua, la nostra cultura, e dopo potremmo avere buone relazioni con gli altri. Dobbiamo cioè prima di tutto esistere ed essere riconosciuti”.
fine
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